La sensazione ricorda molto quella che provavo quando, con i miei diciotto anni, finivo le mie notti seduta sul molo, con i piedi ciondoloni sul mare e il naso in su a guardare quel cielo nero e pieno di misteri e ad aspettare che il destino si facesse.
Ora come allora punto alle stelle, quelle sulle quali viaggiano i miei desideri, non le perdo di vista e quando sono abbastanza vicine apro le mani perchè cadendo non vadano in frantumi.
La sostanziale differenza che ha fatto di me un’altra me in questi dieci anni è che ho trovato stelle ostinate, che si portano in giro sogni enormi, che sfuggono e non vogliono cascare e che, sia chiaro, tirerò giù anche a calcioni se necessario.
Di quella pancia che non è mai stata più piena e più felice di così e che io ho intenzione di abbracciare come fosse la più bella del mondo per tutti i prossimi dieci giorni. Con questo stesso sorriso ebete stampato sulla faccia.
Poi vada come vada, ma questo momento non me lo perderò.
(L’ embryo transfer di oggi per me è stato già un successo, si sappia :meow: )
Ci sono giorni che mi sembra di non pensarci, che la mia vita mi sembra, tutto sommato normale, se la normalità può essere quella di un tempo scandito dagli allarmi del cellulare che mi ricordano le medicine da prendere. Giorni che mi sembra di averlo trovato, un senso, ma poi arriva un silenzio impercettibile. Dura poco più di un attimo, il tempo necessario per sentire tutto questo vuoto e capire che questo è il tuo spazio, che tu non ci sei e che anche quando mi sembra di non pensarci sto sentendo fortissimo la tua mancanza.
Non voglio sapere come va a finire. Non è che non m’importi, ma non sono preparata, non sono pronta a pensare che non sarà un lieto fine. Vorrei mettere solo un punto e limitarmi a non scrivere l’ultimo capitolo.