Non me ne voglia chi mi ha lasciato questo commento a questo post . So che le intenzioni erano quelle buone, quelle giuste, ma le parole, quelle che ho sentito tante volte, talmente tante da aver cominciato a perdere significato, a vederle scritte sembra quasi che facciano più male. Allora, come tutte le cose che mi fanno male, io anche questa cosa la voglio mettere qui, per farci i conti, una volta per tutte.
La sterilità è una malattia. E’ una diagnosi. Te la scrivono su una cartella clinica gialla, in bella calligrafia. Sui certificati, sulle ricette, sui documenti medici e sui risultati degli esami, e sai che da quel momento in poi è un problema vero. Essere sterili non vuol dire non riuscire ad avere figli, essere sterili vuol dire non potere avere figli. Per innumerevoli motivi, per innumerevoli cause, talune anche impossibili da aggirare.
Io mi porto in tasca la mia diagnosi di sterilità da quasi cinque anni. La sento tintinnare, come una monetina, ad ogni passo, perchè non si fa dimenticare. Io non posso avere bambini. Non posso perchè ci sono cose in me che non funzionano, e non c’è modo di farle funzionare. E non potevo nemmeno quando, ancora prima di questi cinque anni con il tintinnìo, ci provavo ad avere bambini, come fa ogni donna, come fa ogni coppia. Quando lo facevo senza pensarci. Quando poteva accadere oppure no, senza alcuna rilevante differenza, quando il tempo era dalla mia parte. Non funzionavo anche quando non ci pensavo. Non funzionavo anche quando non sapevo.
Ora so. Ora ci penso. Ci penso perchè è fondamentale, in questo momento, restare concentrata su quello che sto facendo. Ci penso perchè è maledettamente dura, perchè non ho solo i lividi sulle braccia, sui polsi, sulle mani, sulla pancia, ma ce li ho anche dentro e sono quelli più difficili da guarire. Ci penso perchè ogni volta che ci penso so qual’è il motivo che mi spinge a fare tutto questo. Ci penso perchè alla mia vita ci posso pensare solo io e nella mia vita io voglio un bambino.
Pensarci per me vuol dire vivere questa esperienza in maniera concreta, viverla pienamente, viverla senza che nulla sia andato perduto. Io non credo in Dio, non credo alla magia, alla fatalità, alla fortuna. Credo nella scienza e alla scienza mi affido. E credo in me. Questa è una cosa a cui ho infintamente bisogno di pensare.
Quello che ho imparato in questi quasi cinque anni è che, come l’esperienza della maternità, anche quella della non-maternità ognuna la vive a modo suo. Ogni donna che non può avere bambini , se ne va con la sua monetina in tasca. C’è chi la lascia suonare e la ascolta, chi per non sentirla si canta canzoni e inventa le parole, chi in quella tasca ci infila la mano e se la passa tra le dita, e accarezzandola accarezza idee e sogni, chi la prende e la tira al cielo, e gioca a testa o croce con una vita che non le ha dato la possibilità di dare la vita.
Il mio modo di giocare con la mia monetina è questo. Quello di pensarci, di saperla li, di non dimenticarla mai.
L’invito a non pensarci è irrispettoso, ogni volta, mi fa sentire vìolata, è una pietra con su scritto “colpa” che mi vedo lanciare contro con estrema leggerezza. Una colpa che io non ho. Perchè, che possa piacere o no, smettere di pensare non mi farà cominciare a funzionare.
(E così pure il raccontare che ha un amica/sorella/cugina/conoscente/lontanaparente che ce l’ha fatta alla fine, proprio quando non se l’aspettava. E’ una palla di cannone nello stomaco. Perchè ogni volta io mi ritrovo a riflettere sul fatto che ce la fanno tutte, e io dopo cinque anni sono ancora qua. Con le mie possibilità che ogni giorno diventano sempre di meno. Ma questo è un inciso, una parentesi.)
Non c’è pensiero che possa cambiare ciò che mi accade. Espresso o inespresso che sia. E neanche la sua assenza può farlo. Evitare questo pensiero, per me, sarebbe solo un modo per rimandarlo e io non ho nulla da rimandare, ci sono già dentro, fino al collo.
E a un passo dall’affogare, non pensarci non aiuta. Non mi farà stare meglio, non mi darà il mio bambinochenonho , e mi toglierà anche il sorriso che il pensiero di lui mi da. Perciò scusatemi, se vi può sembrare sciocco ma io continuerò a pensarci. Fino a che non lo avrò stretto a me. ( Ed è pensando a come fare affinchè accada che succederà.)